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Benvenuti all’inferno anche oggi. La domanda ci faremo è ora è la seguente: se gli americani fossero invasi dai russi, accetterebbero di dare a Mosca la California, il Texas e la Florida e di iniziare a parlare russo? Eh già, perché oggi dobbiamo parlare del presunto piano di pace a 28 punti per l’Ucraina che Trump avrebbe già approvato assieme a Putin. E le richieste al suo interno sono al limite del surreale.

Prima di passare ai fatti, però, lasciate che mi presenti. Io sono Max, analizzo da più di 4 anni notizie di attualità su tutte le piattaforme dove posso monetizzare le mie opinioni non richieste, e questa è Rassegnata Stampa. Siete ufficialmente in trappola per i prossimi 10 minuti. Circa.

Andiamo alle notizie, e alla fine facciamo qualche considerazione assieme.

La nuova proposta elaborata dall’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per concludere la guerra in Ucraina contempla una concessione chiave: riconoscere alla Russia un controllo de facto più ampio nel Donbas rispetto alle attuali linee del fronte, inclusi territori che oggi Mosca non ha conquistato. Lo ha riferito un funzionario statunitense con conoscenza diretta del dossier a diversi media americani, spiegando che in cambio Washington offrirebbe a Kiev e all’Europa una garanzia di sicurezza contro future aggressioni russe.

Secondo la fonte, la logica dell’amministrazione Trump è basata su una valutazione pragmatica: “L’Ucraina è destinata a perdere comunque quel territorio se la guerra continua, e quindi è nel suo interesse raggiungere un accordo ora” (“therefore it is in Ukraine’s interest to reach a deal now”).

Il piano individua due nodi principali che hanno sempre ostacolato i negoziati: la definizione dei confini postbellici e la garanzia che la Russia non riprenda le ostilità in seguito. Nella bozza, Mosca otterrebbe il pieno controllo di Luhansk e Donetsk, l’area complessivamente nota come Donbas, pur essendo circa il 14,5% del territorio ancora sotto il controllo ucraino. Le aree dalle quali Kiev si ritirerebbe verrebbero comunque classificate come zona demilitarizzata, senza possibilità per la Russia di dispiegarvi truppe.

Per quanto riguarda Kherson e Zaporizhzhia, le linee attuali di controllo verrebbero in gran parte congelate, con alcune restituzioni territoriali da parte russa su base negoziale. Pur riconoscendo Crimea e Donbas come territorio russo insieme ad altri Paesi coinvolti nel processo, gli Stati Uniti non chiederebbero formalmente all’Ucraina di fare lo stesso.

Un funzionario ucraino sostiene che il piano includa anche limiti sulla dimensione delle forze armate ucraine e sulle capacità dei missili a lungo raggio, come condizione per ottenere garanzie di sicurezza statunitensi. Sul fronte internazionale, la proposta vede un coinvolgimento attivo di Qatar e Turchia. Una delle fonti citate afferma che “La mediazione del Qatar e della Turchia ha aiutato a porre fine alla guerra a Gaza e potrebbe aiutare a porre fine alla guerra in Ucraina” (“The Qatari and Turkish mediation helped in ending the war in Gaza and could help in ending the war in Ukraine”). Un alto funzionario qatariota avrebbe partecipato al recente incontro tra l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e il consigliere per la sicurezza nazionale ucraino Rustem Umerov.

Un’altra fonte riferisce che Umerov ha ricevuto mandato dal presidente Volodymyr Zelensky per negoziare con Witkoff e che alcuni suoi commenti sono stati integrati nella bozza di 28 punti. Tuttavia, funzionari ucraini negano che Umerov abbia accettato le condizioni del piano e rivendicano che la partecipazione alle riunioni aveva solo funzione informativa. Prima degli incontri con Kiev, Witkoff avrebbe tenuto consultazioni approfondite anche con l’inviato russo Kirill Dmitriev. A tal proposito, un episodio curioso ha alimentato il sospetto di contatti sotterranei: l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, avrebbe pubblicato – e poi cancellato – un messaggio su X che recitava: “Deve averlo ricevuto da K...”. Secondo Sky News, la “K” si riferirebbe proprio a Kirill Dmitriev, considerato il principale emissario russo negli Stati Uniti e omologo di Witkoff.

La situazione ha generato tensioni anche sul fronte degli incontri diplomatici. Un funzionario statunitense afferma che il previsto vertice trilaterale ad Ankara tra Witkoff, Zelensky e il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan è stato rinviato poiché Zelensky avrebbe fatto un passo indietro rispetto agli intendimenti attribuiti a Umerov, arrivando in Turchia con una proposta alternativa elaborata con partner europei e ritenuta irricevibile da Mosca. Kyiv, però, sostiene una versione differente: l’incontro sarebbe stato rinviato perché Zelensky intendeva allargare il formato delle discussioni ai Paesi europei.

Mosca ufficialmente sostiene di non aver ricevuto alcuna proposta dagli Stati Uniti. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, in un’intervista a Rbc, ha dichiarato che “se la parte americana avesse una qualsiasi proposta, l'avrebbero comunicata attraverso i canali in uso tra i ministeri degli Esteri dei due Paesi”, aggiungendo che il ministero degli Esteri di Mosca “non ha ricevuto niente di simile dal Dipartimento di Stato”. Ma il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, è stato meno tranchente, facendo trapelare disponibilità al dialogo, affermando che "ogni momento è il migliore per una risoluzione pacifica, per una risoluzione con mezzi politico-diplomatici pacifici" del conflitto.

Nell’Unione Europea infine prevale lo sconcerto per l’esclusione dalle trattative. L’alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, ha affermato di “non essere a conoscenza” di un coinvolgimento europeo nella costruzione del piano, precisando: "affinché qualsiasi piano funzioni, è necessario che l'Europa e l'Ucraina siano a bordo". Kallas ha ricordato che nel conflitto “c'è un aggressore e una vittima”, denunciando che il 93% degli obiettivi colpiti dalla Russia sono infrastrutture civili. Veniamo alle riflessioni su questa faccenda.


Questo piano rappresenta di fatto una resa totale di Kiev a Mosca. Le richieste sono sempre le stesse che Putin avanza dal 2022: non è cambiato assolutamente nulla. Anzi, in alcuni punti si va oltre: si chiede di includere il russo tra le lingue ufficiali dell’Ucraina e di riconoscere lo status della Chiesa ortodossa filorussa. È un impianto che mira non solo a ridefinire i confini, ma a schiacciare culturalmente l’Ucraina, negandone l’identità nazionale.

Un altro aspetto fondamentale è l’assenza totale dell’Europa. Nel piano non è previsto il minimo contributo europeo, e d’altronde Bruxelles era già sparita anche nel dossier sul Medio Oriente, nel piano per Israele e Gaza. Lì si poteva almeno dire che la regione non è proprio dietro casa nostra; qui, invece, si parla dei confini europei. Il fatto che Washington non abbia neppure tentato di coinvolgere un rappresentante dell’UE è quasi più imbarazzante per Bruxelles che per gli Stati Uniti. Eppure l’Europa stava provando a elaborare un piano alternativo — la cosiddetta “coalizione dei volenterosi” guidata da Francia e Regno Unito — che oggi appare semplicemente fumo, viste le dimensioni del progetto americano.

L’Europa, intanto, resta impantanata. Il piano da 70 miliardi proposto dalla von der Leyen è bloccato, perché Orbán si rifiuta di sostenere ulteriori forniture militari a Kiev. Ha paragonato l’invio di armi “al dare vodka a un ubriaco”. E perché non si riesce a capire come utilizzare gli asset russi congelati per ripagare la ricostruzione dell’Ucraina. Nel frattempo Zelensky, avendo capito i chiari di luna, sta visitando le capitali europee, forse perché ha capito che la situazione è diventata critica. Con la Francia ha firmato un accordo per l’acquisto di fino a 100 caccia Rafale; accordi simili sono stati avviati con la Grecia.

L’Italia, invece, ha problemi interni: non ha ancora aderito al piano di acquisti di armi americane, a differenza della Germania e di molti altri paesi.