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Benvenuti all’inferno anche oggi.

La domanda di questo episodio è semplice: Trump ha fatto tanto rumore per nulla? I dazi con cui ha mandato in delirio le cancellerie di tutto il mondo dallo scorso 2 aprile rischiano di sparire tutto di un colpo? Oggi infatti parliamo proprio di questa possibilità, che è diventata decisamente più concreta a seguito della recente audizione presso la Corte suprema americana. E siamo coinvolti pure noi italiani, ci tengo a sottolinearlo: per Confindustria, l’impatto sull’export italiano è di 12 miliardi perduti solo nel 2025. Si stima che i dazi a regime bruceranno lo 0.2% di crescita del PIL, che in un paese che non cresce come il nostro è sostanzialmente un terzo della crescita prevista per l’anno prossimo. Non parliamo di bruscolini. E che che Meloni si senta la migliore amica di Trump, la sua furia si è abbattuta pure su Roma. Anzi, per un’ironia della sorte, amarissima, addirittura attualmente sulla pasta Washington ha imposto un dazio di 10 volte superiore al resto delle merci europee. Con amici come Trump, meglio avere nemici. Ma basta con l’introduzione e passiamo ai fatti.

Ma prima facciamo gli educati ed andiamo alle presentazioni.

Io sono Max, analizzo da più di 4 anni notizie di attualità su tutte le piattaforme dove possono monetizzare le mie opinioni non richieste, e questa è Rassegna Stampa. Siete ufficialmente in trappola per i prossimi 10 minuti. Circa.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha espresso, mercoledì mattina, profonde riserve sulla legalità dei dazi introdotti dal presidente Donald Trump, una delle politiche economiche più aggressive della sua amministrazione. Se non quella più aggressiva, oh dio, non saprei scegliere tra questa e le varie guerre che ha cominciato, o gli studenti messi in carcere per il semplice fatto di protestare o cittadini immigrati incarcerati solo perché avevano un accento che non convinceva i poliziotti. Ma veniamo ai dazi per oggi.

I dazi, introdotti unilateralmente da Trump e noti come “dazi reciproci”, colpiscono la maggior parte dei partner commerciali degli Stati Uniti, ovvero quasi tutto il mondo tranne la Russia (guarda caso) con un’aliquota base del 10%, che arriva fino al 50% per i beni provenienti da India e Brasile. Ulteriori misure, note come “fentanyl tariffs”, sono state applicate a prodotti provenienti da Canada, Cina e Messico per combattere - a detta di Trump - l’affluso di droga da quei paesi verso gli Stati Uniti. Fact check: dal Canada ne arriva una minima parte, sul Messico e Cina, in effetti è cosi.

Nel corso dell’udienza pubblica, la Corte Suprema ha mostrato un insolito grado di scetticismo bipartisan verso la posizione difensiva dell’amministrazione Trump. Al centro del caso c’è l’uso da parte del presidente della legge, risalente al 1977 il cui acronimo è IEEPA, ovvero International Emergency Economic Powers Act. Una norma che ironicamente aveva promulgato un presidente democratico che Trump odia, Jimmy Carter. La misura è nata per gestire emergenze economiche o di sicurezza nazionale, ma che Trump ha interpretato come base legale per imporre dazi su gran parte delle importazioni mondiali, con l’obiettivo dichiarato di riequilibrare i rapporti commerciali, ovvero riequilibrare i deficit commerciali dei paesi verso gli Stati Uniti.

La tesi di Trump, incredibilmente strampalata, è che se un paese esporta più prodotti verso l’America rispetto a quanto non ne importi significa che Washington viene derubata da quella nazione. Che è come dire che tutti noi siamo derubati dalla Conad perché noi compriamo la frutta da loro, ma la Conad non accetta i nostri maglioni usati come moneta. Trump di fatto, con i dazi, ha sancito il ritorno al baratto.

Ecco, quasi tutti i giudici dell’Alta Corte americana hanno messo in dubbio che il deficit commerciale o le tensioni con altri paesi possano costituire una “emergenza nazionale” nel senso previsto dalla legge. “Se accettiamo questa logica, un presidente potrebbe dichiarare un’emergenza ogni anno e modificare a piacimento ogni legge e tassazione”, ha osservato il capo della Corte, il giudice conservatore John Roberts, sottolineando i rischi di un’espansione illimitata dei poteri esecutivi.

Membri conservatori e liberali della Corte, per una volta, sono sembrati convergere su un punto: la Casa Bianca potrebbe aver oltrepassato i confini del potere esecutivo. Le domande più critiche sono arrivate proprio da tre giudici nominati dallo stesso Trump — Amy Coney Barrett, Neil Gorsuch e il presidente della Corte John Roberts, appunto, il quale ha anche aggiunto che la legge “non è mai stata usata per giustificare dazi. Nessuno l’ha mai interpretata in questo modo fino ad ora”, rivolgendosi al rappresentate del Governo, John Sauer. Il suo collega, il conservatore Gorsuch, ha poi sottolineato il rischio di trasferire al presidente poteri fiscali riservati al Congresso: “Il potere di mettere le mani nelle tasche degli americani è sacro, ed è stato riservato al Congresso fin dalla fondazione del Paese,” ha ricordato, evocando le origini rivoluzionarie delle dispute sulle tasse.

Infatti, ricordiamoci che l’America si è resa indipendente dopo una rappresaglia contro il Re d’Inghilterra che chiedeva contributi, ma non ascoltava la gente delle sue colonie, parlo della battaglia che fu combattuta sotto il famoso slogan: no taxation without representation (non c’è tassazione senza rappresentazione politica).

Il dibattito, insomma, si è concentrato su tre questioni giuridiche principali. Andiamo a vederle.


La prima riguarda la delega di poteri: il Congresso, secondo diversi giudici, non avrebbe mai autorizzato esplicitamente un presidente a intervenire in modo così ampio su un tema che incide direttamente sulla tassazione e sul commercio, competenze tradizionalmente riservate al ramo legislativo. Alcuni magistrati hanno richiamato la cosiddetta major questions doctrine, secondo la quale azioni di grande impatto economico e politico richiedono una delega chiara e specifica del Congresso. E tale delega non è mai arrivata, anzi, è accaduto il contrario. Negli ultimi giorni, il Senato per ben tre volte ha già approvato delle risoluzioni per stoppare i dazi e sono state risoluzione votate anche dai repubblicani. Ma ammettendo pure che il Congresso avesse pure dato l’ok al Presidente, c'è un'altra obiezione che portano avanti i giudici. Il Congresso potrebbe davvero farlo?

Il giudice conservatore Neil Gorsuch ha avvertito dei pericoli di una delega troppo ampia: “Cosa impedirebbe al Congresso di abdicare completamente alla propria responsabilità di regolare il commercio estero — o, per la stessa logica, di dichiarare guerra — in favore del presidente?” ha domandato, mettendo in guardia contro l’erosione della separazione dei poteri.

Il secondo punto in discussione della Corte riguarda la natura dei poteri emergenziali. I dazi voluti da Trump coprono virtualmente tutti i partner commerciali degli Stati Uniti e non si limitano a regolare un caso isolato o una crisi specifica. I giudici hanno sottolineato come il presidente non possa semplicemente “etichettare” uno squilibrio commerciale come emergenza per assumere poteri straordinari. Infine, il tema del fine dei dazi: alcuni giudici hanno distinto tra misure “regolatorie”, volte a proteggere la sicurezza nazionale in casi specifici (per esempio, lo stop alle importazioni o alle esportazioni di alcune merci), e misure “fiscali”, pensate per generare entrate o esercitare pressione politica. Secondo questa linea interpretativa, l’IEEPA, la legge di cui sopra, non consente la seconda opzione, che rientrerebbe nella piena competenza del Congresso. A margine, è interessante notare che, ascoltando le argomentazioni, in sostanza si sta ammettendo che i dazi sono tasse pagate dagli americani. Cosa che Trump ha sempre negato ed invece il suo rappresentate davanti alla Corte ha dovuto ammetterlo.

Nonostante le perplessità, un piccolo spiraglio resta per l’amministrazione. Alcuni giudici conservatori, tra cui Brett Kavanaugh, Samuel Alito e Clarence Thomas, hanno espresso maggiore apertura. Kavanaugh, in particolare, ha ricordato i precedenti del 1971, quando il presidente Richard Nixon introdusse dazi del 10% in base a una legge analoga, poi confermata da un tribunale d’appello. “Capire i dazi di Nixon è davvero importante per decidere correttamente questo caso,” ha dichiarato.

Nota a latere. Trump, che non ha presenziato all’udienza di mercoledì scorso per evitare di “distrarre dall’importanza della decisione”, come ha scritto su Truth Social, ha ribadito che la causa rappresenta “letteralmente, vita o morte per il nostro Paese”. “Con una vittoria”, ha aggiunto, “avremo una sicurezza economica e nazionale tremenda, ma giusta. Senza di essa, siamo praticamente indifesi contro altri Paesi che per anni hanno approfittato di noi”. Dimmi che vuoi influenzare la decisione della Corte senza dirmi che vuoi influenzare la decisione della Corte, insomma.

Veniamo alle mie riflessioni finali.